ll futuro appartiene a coloro che credono nella bellezza dei propri sogni. (Eleanor Roosevelt)

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giovedì 1 novembre 2007

Il nemico invisibile

Ieri sera ho sentito alla radio che gli ingegneri dei servizi segreti britannici hanno inventato un carrarmato invisibile al nemico, un mezzo capace di passare inosservato non perchè è in grado di mimettizzarsi perfettamente ma perchè non si può vedere, non c'è.
La tecnologia, per forza di cose è riservata. Sicuramente, se lo scopo di questa invenzione non fosse ammazzare uomini la cosa sarebbe eccezionale, anche se mi sfugge una qualche utilità alla vita pratica.
Pensate alla sorte di quei soldati che rimmarranno uccisi dal carrarmato invisibile. Brutta sorte, morire senza vedere il tuo nemico che ti uccide, guardarlo, lasciare che ti veda mentre muori. Morire senza gloria, certo, schiacciato da qualcosa che ti piomba addosso all'improvviso e non ti lascia scampo.
Il mestiere del soldato non mi è mai piaciuto ma guardando alla storia preferisco le guerre combattute dell'antichità quando il tuo nemico lo dovevi infilzare con la spada e macchiarti con il suo sangue. Senza andare troppo indietro negli anni penso alla prima guerra mondiale: la grande guerra. In trincea, con la baionetta e le bombe a mano soprattutto: l'attesa snervante e l'attacco furioso. Penso al mio bisnonno che non ho mai conosciuto, morì nel 1921 in seguito alla prigionia in Russia (credo)durante la grande guerra: combattè, poi si ammalò di tisi e morì pochi mesi dopo il ritorno a casa.
Oggi la guerra si combatte schiacciando dei bottoni che sganciano missili che uccidono prima i nemici nell'urto, poi chi li ha sparati perchè sono radiattivi: potenti e radioattivi.
E l'uomo che ha disimparato a guardarsi in faccia anche in guerra, lascia che vada così, che siano le macchine che inventa a uccidere, lascia a loro il lavoro sporco e loro lo fanno, diligenti ammazzano tutti gli uomini che incontrano sul loro cammino. E' questa la guerra impersonale

11 commenti:

Carlo ha detto...

Per quel che ho sentito raccontare, la guerra in trincea era quanto di più disumano si potesse immaginare. Però sì, a volte i soldati vedevano in faccia quello che uccidevano, o quello che li uccideva. Non sempre, ma a volte sì. Oggi i nemici sono invisibili, ti colpiscono da lontano. Questa è la guerra oggi (con qualche eccezione, ma prevalentemente è così). Forse non è solo la guerra, forse anche in tempo di pace tutto è nascosto, tutto avviene nell’invisibile, e le cose ti arrivano addosso e non sai chi le ha scagliate, tutto è ambiguo, dietro ogni cosa ce n’è un’altra e un’altra ancora finché ti perdi e non sai di chi è la colpa, non sai contro chi lottare. Questa è la loro strategia, potrei dire. Ma “loro” di chi? Ecco, appunto, che io non sappia precisare il “chi” fa parte della loro strategia, credo. A questa società di lontananze, di comandi dati da lontano, a volte penso anche mentre sto scrivendo al computer. Anche in questo preciso momento. È un progresso della tecnologia moderna comunicare in questo modo? Comunicare stando da soli in casa davanti a un video luminescente? Da un lato sembrerebbe di sì, se lo guardi da un certo punto di vista, se lo consideri rispetto a “nessuna comunicazione”, rispetto a essere qui da solo in casa senza “nemmeno” questo modo di comunicare. Sì. Però è anche rischioso, può diventare un vizio, una scappatoia, questa comunicazione asettica, distante. Che poi non è mai completa, perché manca il gesto, lo sguardo, la percezione della presenza fisica dell’altro – tutte cose che contano molto nel comunicare. E quindi non lo so. Se penso che senza il telefonino, la mail, il blog, non comunicherei con te per niente, allora mi vien da dire viva la tecnologia. Se penso che invece siano un surrogato del vederti veramente, allora mi vien voglia di spaccare il computer, buttar via il telefono, prender su e venire da te! Chi lo sa. Il blog poi è ancora diverso, perché queste cose le scrivo a te ma potenzialmente a tutto il mondo (poi magari le leggiamo in tre sì e no, ma “potenzialmente” le può leggere chiunque nel mondo sia collegato a internet), sono un misto di dialogo personale e di “pubblicazione di pensieri”. Forse sono cose un po’ strane. La tecnologia ha reso diversa la guerra ma anche la pace. O forse sono discorsi troppo vaghi. In questo specifico caso, credo di essere contento di scriverti qui perché presumo che se prendessi la Panda e venissi da te stasera tu non saresti contenta. Ma se tu invece mi dicessi che sei contenta, ci verrei anche se esiste il computer, d’altronde. Sì, forse bisogna solo abituarsi alle tecnologie, usarle e non lasciarsi usare da loro (frase banale, lo so, ma vera). Questo nella nostra quotidianità, dico. Nella guerra, la disumanità della tecnologia si esalta in tutto il suo orrore. Ma questo in fondo è sempre successo. La prima selce tagliente “inventata” dall’uomo preistorico poteva servire a preparare il cibo, a tagliare foglie o rami, a cacciare per procurarsi la sussistenza. Poi poteva anche servire a uccidere un altro uomo. Però sì, è vero, oggi è tutto più nascosto, tutto più sorvegliato, controllato. Bisogna stare attenti, tenere l’occhio a una via di fuga. Senti, Chiara, se c’è un colpo di mano del potere e ci bloccano le comunicazioni, facciamo che ci troviamo al posteggio sotto il casello, quello dell’altra volta. Magari un po’ più su, nel bosco, è meglio, è più sicuro. Se chiudono l’autostrada provo per la statale di Cadibona, magari è la volta che non mi ci perdo. La necessità aguzza l’orientamento. Tu però aspettami, anche a lungo. Intesi. Buona serata, un abbraccio. E non lasciamoci fregare, ce la possiamo ancora fare, io ci credo ancora.

Chiara Borghi ha detto...

Ci si può ancora credere è vero.
Ma a cosa?

Marina ha detto...

ciao ho ricevuto la mail eccomi a visitare il tuo nuovo blog... la guerra è una cosa terribile sempre, certo che con le armi moderne sarà anche peggio.... è vero come dice anche carlo sembra che tutto sia una specie di computer dappertutto.....e il calore umano?...se manca,è finito tutto...

Carlo ha detto...

A che cosa credere, Chiara, domandi. Intanto, io credo a te, credo in te. Scusa, prendila pure come una battuta così (anche se non è proprio una battuta). Voglio dire che si può credere nelle persone, nonostante le delusioni passate. E poi credere nel bello della vita, credere che gioia e amore esistono, e non smettere mai di cercare. Credere che il sistema economico di oggi, il sistema del produci consuma crepa (frase che un mio e tuo amico era solito scrivere sui muri quando era più giovane), non è tutto, e non ci schiaccia, se non ci lasciamo schiacciare. Capire che certe frasi non sono retorica, non sono vaneggiamenti di idealisti, ma sono la verità: per esempio, che il denaro non dà la felicità. A me basta una piccola analisi su me stesso per constatare che è vero: nessuna delle cose che mi rendono veramente felice è acquistabile con denaro. Non è il denaro che mi mette nell’anima quello spirito per cui posso commuovermi di gioia davanti a un cielo o a un mare. Non è il denaro che mi può dare lo stato di grazia in cui scrivo una poesia. Non è il denaro a farmi stimare dalle persone che veramente contano, a cominciare dai miei figli. Soprattutto, non è il denaro a darmi l’amore. Il denaro serve per le cose pratiche della vita, comprare pane e verdura e pagare l’affitto. Può servire anche a comprare surrogati: se non ho lo spirito per scrutare il mio cielo, posso illudermi di trovarlo nel cielo di una costosa vacanza esotica. Ma sarà solo un diversivo. Se non riesco a scrivere una poesia, posso con il denaro frequentare costose vaneggianti scuole di letteratura, posso pure comprare qualche critico che mi lodi su qualche buona rivista (ci sono tanti critici in vendita!), ma in cuor mio saprò sempre di non avere la grazia del poeta. Se le persone non mi stimano, posso abbagliarle con il lusso, con gli «effetti speciali» dei ricchi, posso crearmi magari un corteggio di clientes, o diciamo leccaculo, ma sarà sempre solo una finzione, non mi sentirò mai apprezzato davvero. E con il denaro posso anche comprare una parvenza d’amore, ma sarà solo una puttana: mi ci svuoterò i coglioni, sì, però un attimo dopo ripiomberò nella mia solitudine. Capire questo significa limare almeno un poco gli artigli del potere, e renderci più liberi. E in quella conquistata o riconquistata libertà, le cose in cui credere spuntano come funghi. Abbiamo tanta meraviglia dentro! Tu... credimi, te lo garantisco. Ti abbraccio!

Bhuidhe ha detto...

Ciao, ti leggo attraverso il blog di Carlo, lascio un paio di commenti sperando ti faccia piacere!

La guerra ormai è una cosa ancora più assurda, dal momento che abbiamo le tecnologie per destruggere il mondo intero in qualsiasi momento. Le guerre sono guerre finte: ti butto giù la borsa dal tavolo per farti dispetto anche se ho in mano una kalashnikov e potrei annientarti.

La genialità dell'uomo è incredibile, incredibile anche quanto lo ha speso per creare modi per uccidere, torturare e distruggere.
Jane

Bhuidhe ha detto...

PS Spero non ti dispiaccia se "ti linko"? Jane

Chiara Borghi ha detto...

linkami pure Jane e passa a trovarmi ancora.

Chiara Borghi ha detto...

...non credo qualcuno tragga interesse da annientare il mondo almeno non in un colpo solo. A meno che chi lo distrugge non abbia la certezza assoluta o di soprevvivere e fuggire su un altro pianeta adatto alla vita umana, oppure di morire ma di avere una prospera vita ultraterrena

Carlo ha detto...

Sì, questo rende pericolosi (e molto "usabili") certi fanatici religiosi, pronti a distruggere tutto e tutti, compresi loro stessi, perché pensano di andare in un qualche paradiso. Che poi sarebbe un dio molto strano quello che premiasse con un paradiso chi distrugge; ma il fanatismo religioso non guarda a questi dettagli!

mistahkurtz ha detto...

Anche su questo punto devo dissentire. Non esistono macchine tali da rendere la guerra impersonale. Esistono macchine che permettono al soldato di non guardare se stesso mentre uccide. Esistono veli sugli specchi. Ma le macchine, da sole, non fanno la guerra. Le macchine, da sole, non fanno nulla. Hanno bisogno del tocco sublime dell'intelligenza dell'uomo. O della sua sete di distruzione, è ovvio. Terminator è ancora un'incubo, almeno per ora. E di questo ringrazio gli dei pietosi, di qualsiasi fazione. Non li ringrazio, però, di essere tra le più frequenti cause di invenzione di tali macchine. Ma un carroarmato invisibile non renderà mai la guerra invisibile. Nemmeno se chiudi gli occhi la guerra diventa invisibile. E pensare che sono molti coloro che, prima di tirare il grilletto, chiudono gli occhi. In ogni caso la guerra la fanno gli uomini, non le macchine.

Chiara Borghi ha detto...

Mistahkurtz, non vedersi mentre si uccide per me significa credere di non uccidere affatto: questo è il punto. Se premo un bottone e sgancio un missile che uccide 30 persone queste muoiono ma io non le vedo morire e posso tranquillamente credere di non averle uccise. Se poi rivedo i cadaveri alla televisione questi vengono filtrati dalla mia mente come finzione, quindi posso vivere credendo di non aver ucciso, vedere i cadaveri e credere di non aver visto realmente la morte